

Quando Leapmotor lancia in Italia la sua citycar elettrica T03 con lo slogan «Hai pagato di più la bici», il messaggio è volutamente elementare: l’auto 100% elettrica che “costa meno” della tua bicicletta. È una frase che si serve di una verità apparente, ma che smette di reggere non appena la si guarda da vicino.
Il problema sta innanzitutto nel claim: «hai pagato di più la bici» non è vero se guardiamo ai prezzi medi, e anche nel segmento e-bike di fascia alta i 4.900 euro restano una cifra eccezionale, non rappresentativa. Quel numero è quindi una forzatura, resa ancora meno credibile dal fatto che l’accesso a quel prezzo richiede condizioni complesse (reddito, rottamazione, fondi pubblici), a fronte di uno slogan costruito per sembrare semplice e universale.
Il visual completa la distorsione: mostra una bici essenziale, economica, che non potrebbe mai costare quanto l’importo indicato. Così la campagna, tra slogan, condizioni nascoste e immagine, costruisce una percezione falsata e finisce per sminuire proprio il mezzo più “green” di tutti.
Da qui le domande: perché un’auto che si dice ecologica deve colpire la bici per legittimarsi? Di cosa ha paura? E, soprattutto, è davvero un caso isolato? Purtroppo, no.
L’industria automobilistica convive da tempo con la tentazione della mezza verità. Il Dieselgate ne è l’emblema: nel 2015 si scoprì che Volkswagen aveva installato su centinaia di migliaia di auto diesel in Europa e negli Stati Uniti software in grado di truccare i test sulle emissioni, facendo risultare “puliti” motori che su strada inquinavano molto oltre i limiti consentiti. Anni dopo, nel 2025, ex manager VW sono stati condannati per frode, a conferma del carattere sistemico di quell’inganno.
Oggi la frontiera si è spostata sulla comunicazione ambientale. Il greenwashing è diventato così diffuso da costringere le istituzioni a intervenire: una “sweep” della Commissione europea sui siti di e-commerce ha rilevato che nel 42% dei casi i claim “verdi” erano esagerati, falsi o fuorvianti, potenzialmente in violazione delle norme sulle pratiche commerciali scorrette (comunicato CE, 28.01.2021, pdf: ec.europa.eu) European Commission.
In questo contesto, campagne come quella di Leapmotor funzionano come piccoli Dieselgate della percezione: non falsano un dato tecnico in laboratorio, ma manipolano il quadro narrativo: per convincere che l’auto resta il centro della mobilità, compresa quella sostenibile.
Perché si percepisce tra le righe una sorta di ansia comunicativa? Forse perchè il modello di mobilità che ha dominato il Novecento è in evidente crisi di legittimità. Le vendite di auto nei mercati maturi arrancano, la transizione all’elettrico è costosa e complessa, le città non reggono più il traffico, l’inquinamento e la pressione del cambiamento climatico. Al tempo stesso, la bicicletta sta avendo un revival importante: sia nei numeri, che nella percezione pubblica.
In un articolo del 2025 intitolato “Forget EVs. Cycling is revolutionising transport”, The Economist sostiene che la vera rivoluzione della mobilità urbana non sono le auto elettriche, ma le biciclette: “sono altamente efficienti dal punto di vista energetico, costano quasi nulla, riducono congestione e inquinamento e fanno sparire la necessità di enormi parcheggi” economist.com.
Il boom delle e-bike e delle infrastrutture ciclabili sta ridisegnando il modo in cui ci muoviamo nelle città ricche, generando – nota la rivista – una nuova guerra culturale tra chi difende lo spazio delle auto e chi rivendica quello delle bici.
Le politiche pubbliche stanno lentamente spostando risorse dall’auto alle alternative: corsie ciclabili, zone 30, incentivi alle bici e alle e-bike, progetti per le cargo-bike nelle consegne urbane. La Strategia europea per la mobilità ciclabile parla apertamente di posti di lavoro verdi nella filiera bici, di parcheggi dedicati, di integrazione fra bici e treno.
Ma le politiche, da sole, non bastano se l’immaginario collettivo resta ostaggio di una propaganda auto-centrica che sfotte i proprietari di biciclette. La vicenda Leapmotor quindi appare allora per quello che è: un piccolo ma rivelatore frammento di questo conflitto.
E se lo slogan fosse rovesciato?
E invece di “hai pagato di più la bici” fosse “abbiamo pagato per troppo tempo il prezzo delle bugie dell’auto”?